Dedichiamo ora questa sezione della nostra ricerca ai periodi più salienti della storia, in cui San Giovanni Ilarione é cresciuta come località ed ha prosperato sotto il profilo culturale, artistico, religioso e civile: ne sono testimonianza diretta i monumenti, le chiese, le ville, le antiche dimore signorili, i documenti scritti, che attestano la storia passata di questo paese dalle origini molto antiche.
Origine del nome di San Giovanni Ilarione
Non ci sono notizie sicure per sapere da dove provenga il nome
San Giovanni Ilarione, dato che non é mai esistito
un Santo con tale nome.
Gli storici sostengono che Ilarione sia la
conseguenza della trasformazione che a poco a poco, era venuto a
subire il nome antico.
La prima volta che si trova questo nome su un documento é nel
1091, anno in cui limperatore Enrico XIV donò ai
Benedettini dei terreni in sancito Joanne ad Aronna
Nel 1262, in un documento che elenca i comuni del vicentino, si
legge S. Johannis in Latronia.
Nel 1297 diventa S. Johannis in Lerogna, in un
manoscritto vaticano che elenca tutte le parrocchie
dItalia. In una delibera del governo di Vicenza, nel 1389,
si legge comune di S. Joannes in Henarogna.

Fig.1 Da affreschi vaticani del 1500 si legge: S.Giovanni de la Rogna
In agosto del 1439, in un documento ducale del
doge F. Foscari, per premiare il comune di San Giovanni Ilarione
dellaiuto prestatogli contro i milanesi si legge
S.Johannes de la Rogna (Fig,1). Verso il 1600, per la
prima volta compare lattuale hillarionis.
Nel 26 maggio 1936, il capo del Governo, su specifica domanda,
stabilisce che al Comune di San Giovann Ilarione spetti
liscrizione nel registro Araldico degli Enti Morali che si
faccia uso dello stemma contraddistinto con unaquila di
colore nero, con una corona in testa, con sotto le zampe, la
N di Napoleone (Fig.2)
Fig.2
Breve storia di San Giovanni Ilarione
Nel cuore della Val dAlpone sorge il paese di San
Giovanni Ilarione.
Un tempo era caratterizzato dalla dispersione delle contrade,
oggi ha un recente sviluppo edilizio.
E attraversato dal torrente Alpone; i basalti di
derivazione vulcanica, raffreddandosi, rimasero divisi in strati
e sono oggi sfruttati per lavori stradali.
Il nome San Giovanni Ilarione si riferisce al
Battista a cui é dedicata la chiesa di Castello.
Sono i luoghi preistorici finora trovati che testimoniano
lantica presenza delluomo.
Fin dalletà paleolitica, é segnalato luomo sulla
Calvarina, e nel neolitico lo troviamo anche sul monte Biron.
Col passar del tempo aumentarono gli abitanti ed occuparono anche
il fondovalle.
Fondato un centro abitato nella parte alta del paese (Castello),
dove risiedeva il potere militare e religioso, e in parte, in
piano (Villa), il borgo fu dai tempi antichi un centro di
attività economica.
E del 1901 il documento in cui per la prima volta appare il
nome Santo Joanne ad Aronna, nel diploma in cui
limperatore Enrico IV dona dei territori di San Felice in
Vicenza.
Sotto la provincia di Vicenza (a cui rimane legato fino al 1923)
e alla sua diocesi, San Giovanni Ilarione seguì le vicende
storico politiche di quella città.
Subì le vicende dolorose legate alla presenza di popoli invasori
come i Goti, i Bizantini, i Longobardi ed i Franchi.
Nel giugno del 1242, le milizie vicentine comandate da Ezzelino
da Romano marciarono verso San Giovanni in la Rogna.
Enrico Malacapella, signore del luogo, giurò obbedienza e
dovette trovare casa a Vicenza, pur mantenendo estese proprietà
a San Giovanni.
Occupato dagli Scaligeri di Verona, sotto la cui denominazione
arrivarono dalla vicina Baviera numerosi pastori tedeschi, passò
poi sotto i Visconti di Milano nel 1387, per trovarsi di seguito
con la Serenissima di Venezia dal 1404.
San Giovanni Ilarione era legato anticamente alla Pieve di Santa
Maria di Chiampo.
Solo dopo il concilio di Trento passerà sotto quella di
Montecchia.
Al 1382 risale un antico statuto del comune, che ci fornisce
importanti notizie intorno allamministrazione
socio-politica del paese.
A Vicenza, gli abitanti si diedero una prima struttura
comunitaria. Nella Convicinia Generalis, assemblea di tutti i
capofamiglia, oltre al decano, troviamo: il notarius, il
massarius, il preco ed i consigniares.
Lo statuto ci informa sulla disciplina dellattività
agricola, sul commercio, sulla pubblica sicurezza e i sui
rapporti con i foresti, sulla compenetrazione del
sacro col profano: sono punite la bestemmia, la profanazione dei
luoghi sacri, dei giorni festivi.
Il luogo dincontro dellassemblea é davanti alla
chiesa, i principali avvisi sono dati al parroco durante le
funzioni religiose.
Il doge Francesco Foscari, in data 1440, concesse dei privilegi
al comune, fra cui esenzioni di tasse, il restauro del Castello,
sostanziali aiuti alimentari, la creazione di un vicariato
autonomo.
Questultimo fu causa di controversie col vicario di
Arzignano: si andò avanti con denunce, con ricorsi fino al 1603,
ma il vicario non arrivò mai!
Unaltra guerra fu quella di Cambrai, fra la repubblica di
Venezie e limperatore ed i suoi alleati, dal 1509 al 1516.
Nel 1515 il paese fu saccheggiato dalle truppe di Marco Antonio
Colonna, che era al servizio dei Medici di Firenze.
La popolazione aumentava di numero in modo continuo, con qualche
rallentamento in occasione di congiunture sfavorevoli come
guerre, carestie, epidemie: famosa fu la peste del 1630, che
mieté numerose vittime (anno universalmente contagioso e
infelicissimo annota il parroco).

Fig.3 Scorcio di villa Balzi-Tanara
Durante la dominazione veneziana, alcune famiglie subentrarono
nel governo del paese ai Mala-capelle: la più famosa é quella
dei nobili Balzi, i quali dal 1600 al 1800 circa, avrebbero in
loro possesso molta parte del paese. Imparentati con i Salinai di
Vicenza e, in seguito, con i Bevilacqua-Lazise di Verona,
cedettero, nel 1827, tutti i loro beni ai Tanara. Testimonianze
del loro passato si possono trovare a Maestran (villa Tanara),
alle Boarie (la chiesetta) in corte Viandin (Fig.3)
Dallanalisi dei documenti ritrovati sembra che, nel 1244,
esistesse in paese solo la chiesa di San Giovanni Battista.
Allinizio del 1400, sono segnalate anche quelle di Santa
Caterina in Villa e di San Zeno, con rispettivi cimiteri; più
tardi quella di Cattignano.
Restaurate parecchie volte quelle di San Giovanni Battista e di
Santa Caterina, furono di nuovo consacrate nel 1525.
Larciprete aveva la sua sede a Castello; la chiesa,
dedicata ad un certo punto anche contitolare
Hilarionis, diventando troppo piccola per la
crescente popolazione e bisognosa di restauri, venne abbattuta e
rifatta sulle antiche vestigia del castello, fra il 1809 ed il
1809; in essa é conservato un famoso e prestigioso dipinto di
Bartolomeo Montagna.
La chiesa di Santa Caterina era sussidiaria di quella del
Battista fino a quando, dopo lunghe e aspre controversie e
polemiche, divenne autonoma nellottobre del 1889.
La chiesa era stata costruita a spese del comune per la comodità
della gente; in essa celebrava un cappellano, nominato e
mantenuto dal comune.
Arricchita da splendidi dipinti (importante anche storicamente
quella rappresentante il Battista, Santa Caterina e San Zeno con
sfondo la valle dAlpone), fu abbattuta agli inizi del XX
secolo, per far posto a quella attuale, solenne e grandiosa.
La chiesa di Cattignano. dedicata a San Benedetto, é nominata
nei documenti per la prima volta nel 1582.
Soggetta alla parrocchiale, era retta da un cappellano mantenuto
dal comune e dagli abitanti di quella contrada.
La chiesa attuale é stata edificata verso la fine del XIX secolo
e la curia divenne indipendente solo il 24 giugno 1947.
Altri luoghi di culto sono: San Zeno (Fig.4), un tempio con
cimitero, da alcuni ritenuta lantica chiesa matrice, di
forma romaniche, conserva al suo interno unantica statua
dellomonimo Santo; la chiesetta alle Boarie a San Gaetano e
SantAntonio, del 1715, fatta erigere dal nobile Achille
Balzi.

Fig.4 Chiesa di San Zeno
Un tempo, nelle parrocchie, prosperavano numerosi gruppi
associativi, con finalità religiose e caritative, delle scuole o
confraternite, con statuti legalmente approvati, ai quali
aderivano quasi tutti i parrocchiani.
Le principali a San Giovanni Ilarione erano: SS. Sacramento, S.
Rosario, S. Lucia, S. Caterina.
Quasi tutte queste confraternite furono soppresse allarrivo
di Napoleone, ma molte risorsero in seguito e sotto altre
spoglie.
Il periodo 1787-1814 fu denso di avvenimenti sanguinosi di
guerre: due volte Napoleone venne nelle nostre terre per le sue
campagne militari ma, nel 1815, al suo dominio si sostituì
quello austriaco.
Il Veneto, con altri territori, rimase sotto lAustria fino
al 1866, anno in cui fu aggregato allItalia, per la terza
guerra dindipendenza, combattuta sulle alture di Custoza.
San Giovanni Ilarione era, nel frattempo, cresciuta di
popolazione dai tre ai quattromila abitanti, quasi tutti adibiti
allagricoltura, in proprio, o in affitto, o a giornata; non
mancavano altre attività come i numerosi mulini, molti addetti
ai trasporti: i cavallari.
La produzione agricola era più che altro di sussistenza, ed era
specializzata in pere garzignuole, castagne, vino, con in più un
notevole numero di bestiame, suini, bovini ed ovini.
In molte case si allevavano i bachi da seta, detti i
cavalieri, per integrare le misere entrate dei campi.
Solo verso la fine del secolo si costruì una filanda con un ceto
numero di addetti, in prevalenza donne.
La seconda metà del XIX secolo é caratterizzata dalle
baruffe e rivalità fra la parrocchia di Castello e
di Villa.
Quasi sempre ne nascevano dei ricorsi e dei disordini, per cui
intervenne lautorità civile, e il sindaco chiese al
vescovo di negare qualsiasi concessione.
Nel 1889, lotto ottobre, il vescovo Antonio Maria De Pai
eresse Santa Caterina in Villa come parrocchia autonoma.
La nuova comunità di Santa Caterina si ingrandì notevolmente e
ritenne opportuno, nel 1909, dotarsi di una nuova ed imponente
chiesa. Nel 1923 venne decisa lannessione alla provincia di
Verona, fatto abbastanza scontato.
Sotto la spinta di un certo sviluppo (serano aperte cave di
carbone e di terre coloranti) e, come compenso per
laggancio a Verona, il paese fu collegato, nel 1928,
tramite un trenino, a San Bonifacio.
Lattuale secolo, nella prima metà, contrassegnato dalle
due guerre mondiali, vede un ulteriore aumento demografico (più
di cinquemila abitanti negli anni Trenta) ed una richiesta
pressante di lavoro.
Molti paesani scelsero lemigrazione, come unica via per
poter lavorare e mangiare, ed invasero città italiane (Torino) e
paesi esteri (Belgio, USA, Canada, Argentina): alcuni sono
ritornati in tempi recenti e lemorragia demografica si é
ormai arrestata.
Emigrazione italiana, anche nel nostro territorio
L'Italia, ai tempi dell'Unità, 1860/70, era un paese molto
povero, quasi allo stesso livello dell'Albania odierna.
L'attività principale era lagricoltura, anche se dura,
come lavoro, per le tecniche poco avanzate.
Ma questa non era la ragione principale: il fatto stava nel
consegnare gran parte del prodotto ai padroni dei latifondi: ciò
accadde soprattutto al Sud.
A causa della denutrizione e della mancanza di misure igieniche,
la mortalità era molto alta ed anche la nostra regione era
colpita da terribili malattie, come la pellagra.
Il governo fu incapace di risolvere il problema, e le classi più
deboli ne risentirono.
Così, lunica speranza per milioni di italiani era
lemigrazione in paesi come le Americhe e la Francia in un
primo momento e Belgio, Germania, Australia in seguito.
Tra il 1876 e il 1925, in cinquant'anni di movimenti politici,
guerre ed industrializzazione, sono emigrati 15 milioni di
italiani, 8 dal Nord e 7 dal Sud.
Inizialmente era una emigrazione a gruppi,
addirittura a volte partivano abitanti di un intero paese.
In seguito, fu un'emigrazione "sparsa", cioè ognuno
andava per la propria strada, lasciandosi la propria famiglia e i
propri amici alle spalle.
Nei paesi che li accoglievano, gli emigranti si adattavano a
qualsiasi lavoro.
Spesso venivano trattati male, emarginati e fatti oggetti di
violenza.
Ancora oggi, moltissime persone, nate a San Giovanni Ilarione e
dintorni, vivono all'estero, soprattutto in Belgio: parecchi di
loro hanno fatto fortuna nel lavoro e si sono stabiliti in quei
luoghi lontani con le loro famiglie, senza fare più ritorno al
paese nativo.
San Giovanni Ilarione ieri ed oggi
Oggi San Giovanni Ilarione é un paese abbastanza ricco. Il
turista che lo visita può ammirare ampi spazi verdi, impianti
sportivi, una rete stradale efficiente e in via di
modernizzazione.
Le scarpe qui prodotte vengono esportate anche allestero.
Ormai la gente del posto non sente più il bisogno di cercare
lavoro altrove.
Dal racconto di alcuni emigrati che abbiamo intervistato e dalla
ricostruzione delle storie di nostri parenti, é emerso che, fino
a tutta la metà del nostro secolo e oltre, la vita, per la
maggior parte degli abitanti, era tuttaltro che facile.
Mancavano le fabbriche per impiegare la manodopera che era
numerosa.
Le due imprese che davano lavoro alla maggior parte del paese
erano: la Carbonifera Alpone, che occupava circa cento persone
per lestrazione di lignite, attiva fino al 1947 e poi, per
la diminuita richiesta di carbone, trasformata per la lavorazione
di calce viva; la Filanda Perotti, che dava lavoro ad altrettante
persone.
Oltre a questo, vi erano alcune imprese, per lo più a conduzione
familiare.
Il resto della popolazione era attiva nellagricoltura;
cera anche una minoranza di benestanti: i proprietari
terrieri ed i professionisti.
Ancora nel 1950 mancavano i servizi essenziali.
La luce cera solo nelle strade del centro, le case
mancavano generalmente di servizi igienici, lacqua si
prelevava dai pozzi.
I contadini dovevano razionare i prodotti alimentari che
servivano anche come scambio per avere altri generi di prima
necessità.
Come in tutte le società preindustriali, avere molti figli
significava avere una mano dopera costante e gratuita: il
signor Zanetti ci ha detto che nel 1933, lanno in cui
nacque, ci furono 164 nascite, oltre la sua.
Generalmente partivano gruppi di giovani, spesso giovanissimi,
con contratti stagionali, per lavorare nei campi o nelle miniere.
Erano guidati dalla disperazione, ma anche dalla speranza.
Spesso partivano anche gruppi di familiari che si stabilivano per
anni, o per tutta la vita, nel nuovo paese. Anche le donne
partivano da sole, ma soprattutto insieme al marito o ai
fratelli.
Gli emigrati erano diretti soprattutto in Francia e in Belgio, ma
cera anche si spingeva oltre oceano fino ad arrivare nelle
lontane Americhe o in Australia.
Una parte dei soldi che guadagnavano con sudore veniva destinata
alla famiglia di origine che, di riflesso, migliorava le proprie
condizioni di vita.
Riuscivano a risparmiare facendo molte ore di straordinario,
sacrificandosi e rinunciando ai divertimenti, per poter
realizzare il sogno di ritornare al proprio paese dove investire
i risparmi in attività artigianali.
Così, grazie ai sacrifici di queste persone, San Giovanni
Illazione é uscito a poco a poco da una situazione di povertà,
per andare verso uno stato di benessere che é cresciuto nel
tempo e si spera che continui a crescere ancora. Per tutte queste
ragioni, é importante ricordare il sacrificio dei nostri
emigranti, perché il benessere di cui godiamo nasce dal coraggio
e dallo loro forza di volontà.
I medici condotti dal 1700 alla seconda guerra mondiale
A San Giovanni Illazione, per trovare un medico condotto
bisogna, risalire al 1800.
Prima del diciottesimo secolo, medici condotti non se ne
trovavano.
Un medico, Gregorio Puschiavo, fu coinvolto in un dramma, che
colpì il paese sul finire del quel XIX secolo: l'uccisione del
Degano, cioè un'attuale sindaco, Giuseppe Ferrari, nel 1895.
Per capire quell'episodio bisogna rifarsi con la fantasia al
tempo del Don Rodrigo manzoniano, anche se quasi duecento anni
più tardi. La famiglia nobile per eccellenza era quella dei
Balzi, padroni di circa tutto il paese.
Le loro sostanze, per non vederle disperse, venivano di solito
date in blocco ad un solo discendente.
Il cattivo di turno era Achille Balzi di Francesco, che seminava
il terrore in paese per le sue pretese venatorie.
Girava per il paese accompagnato dalle sue guardie del corpo, e
da un cane rabbioso.
Una sera, verso le due di notte, nell'osteria di Paolo Allegri,
"senza parlare, diede un colpo di bastone in testa per cui,
il barista, cadde a terra dove se né sentì altre quindici o
sedici, pur chiedendo la vita.
Il figlio, del barista, se ne stava in disparte per paura delle
guardie del corpo".
"Ridotto grondante di sangue, il barista fu portato a casa
dove morì la notte stessa.
Prima che morisse, fu chiamato il chirurgo Gregorio Puschiavo
che, non venne mai per paura del Balzi, e delle sue guardie del
corpo". "Prima di seppellire la salma, andarono a
chiedere il permesso dal Balzi, che fu loro accordato col mezzo
di Domenico Cavazza, uno delle guardie del corpo dalla condizione
per l'altro che fossero dati due soli colpi di campana".
La vita quotidiana de 'na olta
Del nostro paese, oltre che descriverne i monumenti e i
personaggi famosi, é interessante raccontare laspetto
storico, ricordando come fosse una volta questa località..
Un tempo , si viveva in case molto meno belle delle nostre, ma la
popolazione usufruiva già dellenergia elettrica molto
utile e necessaria.
Per scaldarsi, si usava il caminetto con la legna.
Cera anche il tini dove ci si lavava; per questo si
scaldava lacqua, che si portava al tino con laiuto
della zara e del sapone, del cui uso parleremo più diffusamente
in un altro paragrafo.
Per nutrirsi, bisognava lavorare la terra con degli strumenti
appositi.
Cera laratro a mano, per il cui uso ci voleva una
forza incredibile, e quindi si sprecavano molte energie;
cera inoltre il cavalletto per poter potare le viti. Queste
ultime producevano frutti ogni anno, e bisognava andare a
raccogliere luva per fare il vino, come avviene, del resto,
anche oggi.
La giornata del contadino era abbastanza monotona: appena
sveglio, doveva zappare lorto, curare le viti, potare i
ciliegi, ecc..
Anche la domenica, il contadino non riposava: per lui
cerano solo lavoro e raccolta. Lalimentazione era
molto povera: infatti, dal lunedì al sabato, sulla tavola
cerano: come primo pastasciutta e, come secondo, polenta e
bogoni (polenta e lumache) o polenta e osei (polenta e
uccellini). E... per dessert di nuovo lavoro nei campi.
La contrada era un vero e proprio microcosmo, la cui denominazione generalmente coincideva con il cognome della famiglia del fondatore.

Fig.2 Contrada Marcazzani
Ospitava più famiglie, spesso imparentate fra di loro e
comunque sempre legate da vincoli di solidarietà. La struttura
della contrada era organizzata in diversi modi (Fig. 2 e 3).
Le case potevano disporsi a schiera ai lati di una strada, oppure
raggrupparsi attorno ad un cortile promiscuo; in ogni caso si
appoggiavano luna allaltra in modo disorganico
formando un gruppo compatto.
Elementi caratteristici, sempre presenti, di cui potevano
usufruire tutti, era la fontana, posta nella corte o direttamente
alla sorgente.
A fianco del lavandino veniva appoggiato lasciugapiatti, un
ripiano di legno con i bordi e il fondo ricoperti di zinco e con
le aste divisorie su cui si appoggiavano i piatti.
Il focolaio, unica fonte di calore, in genere, non aveva una
posizione fissa, ma la sua ubicazione dipendeva dal buon tiraggio
dei camini. La base era in pietra levigata, mentre la parte
interna era di mattoni, con una parte sporgente di circa 10-12 cm
detta muretto.

Fig. 3 Organizzazione di una contrada
Sulle spalle si appoggiava una nappa in muratura molto
sporgente, provvista di mensole per riporvi il barattolo del
sale, dello zucchero, i fiammiferi ed altro.
Elemento essenziale era la catena, pendente allinterno e
fissata da una spranga di ferro disposta trasversalmente;
terminava con un rampino, gancio a cui venivano appese le
pentole.
Per attizzare il fuoco e ravvivare la fiamma si usava una pompa,
un tubo di ferro che allestremità aveva due piedi a
forcella.
Altri attrezzi erano: la pinza, la paletta, il treppiede per
appoggiare le pentole e il cavaleto, un sostegno in
ferro per dosare la legna da bruciare.
I pochi mobili consistevano in una robusta tavola di nogara o di
ciliegio e in alcune sedie impagliate.
In quasi tutte le case cera la credenza a vetrina, delle
ceste appese alle grosse travi del soffitto.
Una grande cassa a due o tre scomparti per la farina bianca
(Fig.4),
gialla e la semola a crusca.

Fig.4 Vecchio mulino presso Contrà Panarotti
La cantina era costituita da un locale fresco e buio, a volta
seminterrato, dove si mettevano in serba i prodotti del maiale,
le patate e il vino.
Il letto, alto ed ampio, in noce o in ciliegio, era costituito da
due cuccette, una più alta come testiera. Al posto delle reti si
usavano delle assi di legno su cui appoggiava il paiòn, un sacco
riempito di cartacce de sorga (involucri delle pomacchie) e
fornito ai lati di aperture per smuovere di tanto in tanto e
renderlo più soffice.
Sopra il pagliaio si metteva il letto di penne, un sacco di
piume, e chi voleva il cavassàle, capezzale, stretto
e lungo; solo di recente si usavano i stramòssi
cioè materassi di cascami di lana.
Non potevano mancare mai ai due lati del letto i secchi, due
acquasantiere di varia forma con sopra il crocifisso e sulle
parte sopra il letto un quadro di soggetto religioso, di solito
la Sacra Famiglia.
Nella camera vi erano due armadi di cui uno più grande e che
potevano essere accompagnati da una cassapanca; i comodini erano
posti ai lati del letto, servivano soprattutto a riporre i vasi
da notte.
Dinverno per scaldare il letto si usava la
fogora uno scaldino in terracotta riempito con braci
che si introduceva nella monega, apposito sostegno di
legno e zinco per tenere sollevate le coperte.
Dalla camera si accedeva al granaio per mezzo di una
robolsa posta sul pavimento della stessa.
Questo locale fungeva da magazzino ed era ampio, con finestre
basse, larghe e prive di imposte, allo scopo di tenere asciutte
le varie derrate: grano, sorgo, fagioli, castagne, ecc..
Il ruolo della donna nella contrada
Allinterno della contrada cera un posto di rilievo
riservato alle donne.
Lelemento femminile costituiva un apporto fondamentale
nelleconomia domestica: Capofamiglia era la
donna.
Una donna era considerata una che tace, che piace e che
stia in casa. Era importante per la pulizia della casa.
La casa era il luogo consacrato allelemento femminile, e la
casa significava anzitutto la famiglia; la donna
doveva anche rimpiazzare il capofamiglia quando questultimo
era assente o non era sufficientemente in gamba.
Lenorme mole di lavoro non permetteva alla casalinga di
avere molti svaghi: i figli da accudire, il marito da
servire, i suoceri anziani a cui badare erano tutte
preoccupazioni abitudinarie per una moglie, in quellepoca.
La pazienza, labnegazione, lo spirito di sacrificio, la
sopportazione costituivano le virtù della donna di
casa.
Fra molte attività che le aspettavano, quale donna di casa,
una delle più faticose, benché indispensabile, era
laspetto igienico: una di queste attività era il bucato,
chiamato la lissià.
La sera, prima del giorno stabilito per la lissià,
ci si recava alla fontana e si provvedeva alla sua perfetta
pulitura.
Alla famiglia che provvedeva a tale lavoro di ripulitura spettava
solitamente di risciacquare per prima i panni.
Nella serata precedente, i capi da lavare venivano bagnati e
collocati in un mastello.
Al mattino, la massaia toglieva dal mastello la biancheria, e la
portava alla fontana: la biancheria veniva più volte immersa
nellacqua, strizzata, sbattuta con forza sullapposito
piano inclinato e poi lasciata in ammollo.
Subito dopo, le lenzuola e gli altri capi lavati venivano distesi
al sole, appesi ai fili opportunamente tirati.
Uno dei prodotti più conosciuti d'oggi é certamente il
sapone, e accessibile a tutti.
Non era così un tempo, la saponetta, dato 1' elevato costo ,era
considerata un bene di lusso e a causa dei magri risparmi di
allora il suo uso veniva centellinato al fine di prolungarne il
più possibile 1' effetto. Come spesso accadeva laddove non
arrivavano le disponibilità, le famiglie ogni tanto si
confezionavano il proprio sapone. L'ingrediente fondamentale era
costituito dal grasso di animali, che veniva ricavato dalla
macellazione del maiale.
Il quantitativo ottenuto di grasso animale veniva mescolato, a
seconda del suo ammontare.
Il miscuglio risultante era fatto bollire per un'ora buona; il
procedimento era quello dellincaglio, noto soprattutto per
il formaggio. Le saponette di allora venivano esposte sui
davanzali delle finestre dei granai.
Malgrado gli ingredienti "genuini", si trattava
comunque di un prodotto lontano da quello attuale: era sapone
secco, magro e duro.
Per il lavaggio delle pentole, si usava la cenere o perfino la
sabbia:
cosicché risultavano ai tatto quasi sempre unte.
Per una contrada, era importante avere una fontana (Fig.5).
La fontana costituiva la possibilità di approvvigionamento
idrico per le esigenze primarie dell'uomo; oggi anche la fontana
tende a diventare un ricordo, una testimonianza del nostro
passato, perchè le contrade si sono sbarazzate delle fontane.
La fontana era un bene comune per tutti gli abitanti della
contrada.

Fig.5 Fontana nella corte delle Boarie
Le vecchie osterie rappresentano uno dei pochi punti di
incontro per la popolazione che vi trascorreva ore ed ore nel
gioco delle carte o in quello delle bocce, o ancora, nella
semplice ed inesauribile ripetizione di chiacchiere nel tempo.
Erano solitamente ambienti preclusi alle donne, la cui comparsa
avveniva solo di quando in quando.
Il piacere di bere, non si poteva gustarlo solamente nelle
osterie.
Non era fatto insolito che, nelle osterie, in qualche occasione,
vi fosse anche la possibilità di mangiare qualcosa: le trippe,
ad esempio, costituivano un piatto usuale e molto apprezzato.
In ogni caso, tutti sapevano che nelle vecchie osterie non si
andava solo a bere. La figura delloste assumeva allora un
ruolo fondamentale e non raramente il suo modo di fare risultava
decisivo nellattirare o nel far scappare i clienti.
Il vini stesso diveniva quindi una scusa per chi frequentava
losteria: era un modo per cambiare casa, almeno
per qualche ora.
Casare a San Giovanni Ilarione
A San Giovanni Ilarione cé una dozzina di casare,
attive in tutto larco di questo secolo; alcune casare sono
quelle di via Rivato e quelle di via Cavazzi (Fig.6).
Al giorno doggi un linguaggio più tecnico e attento ci
farebbe indicare con il termine caseificio dove
avviene la preparazione e la conservazione dei prodotti caseari.
La casara di un tempo era un luogo di lavoro, di ritrovo, di
fatica e di incontro.

Fig.6 La casara in Contrada Cavazzi
Il formaggio é un antichissimo ali-mento e, va considerato
come una preziosa fonte proteica. Il latte, portato giornalmente
dai soci, veniva raccolto in appositi contenitori e
lasciato riposare fino al mattino seguente.
Si procedeva quindi allo sfioramento della crema del
latte, per ottenere, mediante la sbattitura, dellottimo e
genuino burro.
Il latte così parzialmente scremato, veniva riscaldato in
pentoloni.
Ultimata la coagulazione, si procedeva alla rottura della
cagliata. Trascorso un certo periodo di tempo, sufficiente per
dare consistenza e forma, il formaggio veniva trasferito in
sercole.
Precedente alla stagionatura, veniva compiuta loperazione
di salatura del formaggio.
Si procedeva poi alla stagionatura, che é loperazione
fondamentale per la buona riuscita dei formaggi.
Periodicamente si eseguivano delle operazioni di rivoltamento e
di oliatura delle forme con olio di oliva.
I soci erano gli abitanti del posto, che possedevano vacche da
latte.
Si produceva ottimo burro e del buon formaggio.
La quantità di formaggio prodotto corrispondeva alla quantità
media di latte che, ogni giorno, riceveva la casara da tutti i
suoi soci.
Tuttavia, con lavvento delle fabbriche, a San Giovanni
Ilarione, i giovani preferivano lasciare le casare per un lavoro
più sicuro e meno faticoso; si verificò una drastica
diminuzione delle vacche da latte, tanto da non permettere una
minima quantità di latte sufficiente per il funzionamento della
casara.
Il casaro. La figura del casaro é per molti aspetti, emblematica
di un tempo di difficoltà e di ristrettezza economica.
Egli era un vero e proprio immigrato e doveva fare i conti con i
disagi che comportavano uno spostamento prolungato dalla terra
natale.
I casari, in genere, provenivano da territori montani.
La parola Cavalieri, per i giovani doggi,
richiama alla memoria
Re Artù con i suoi 12 cavalieri della Tavola rotonda, oppure i
cavalieri della società medievale, strenui difensori degli
orfani e delle vedove.
Questo termine può richiamare anche in mente un titolo
onorifico.
In tempi meno recenti, con questo termine, venivano designati i
bachi da seta.
Fino agli anni 50 essi costituivano per la nostra zona una
fonte di guadagno e di progresso economico.
Lindustria della lana, nella provincia di Verona aveva
origini molto antiche.
Nel 1600 anche Venezia chera interessata alla produzione
della seta, emanò una legge particolarmente gravosa contro
coloro che avessero danneggiato gli alberi di gelso.
Il colpevole, dopo aver pagato la multa, di £. 25 per ogni
pianta danneggiata, veniva pubblicamente frustato in piazza
durante i giorni di mercato.
Verso la metà del 400, i contadini si resero conto che
avrebbero potuto rifarsi del fallimento della lana.
Il baco da seta, sconosciuto alla civiltà greco-romana, veniva
coltivato in Cina ed in India ed era gelosamente custodito, come
un segreto militare di vitale importanza.
LOccidente però conosceva ed apprezzava la seta,
proveniente da quei luoghi attraverso le vie carovaniere dette
la via della seta e delle spezie.
Ciro, il primo dinosauro italiano
Fra tanti articoli delle riviste e dei libri riguardanti S.
Giovanni Ilarione, ci siamo soffermati su uno in particolare,
perché legato ad un argomento che abbiamo affrontato in storia
allinizio di questo anno scolastico: i dinosauri.
Nel brano in questione, scritto da Giovanni Todesco, nostro
compaesano, si racconta della sua avventura straordinaria,
legando così San Giovanni Ilarione alla storia
dellarcheologia in Italia, e si riferisce al ritrovamento
di un cucciolo di dinosauro a Pietraroia, in provincia di
Benevento, nel novembre del 1980.
Lo scopritore narra che, raggiunta la località Le Cavere, tra le
immondizie di una discarica, notò delle tracce fossili e, dopo
averle esaminate, si rese conto che quel reperto aveva una grossa
testa, la bocca spalancata con tantissimi denti di varie misure,
locchio era rotondo, le zampe anteriori molto nitide, con
tre lunghe dita terminanti con robusti artigli.
Dal 1980 in poi, Giovanni Todesco e la moglie proseguirono i loro
studi e le ricerche: con altri paleontologi del Museo di Storia
Naturale di Milano e del Museo Tridentino, continuarono ad
esaminare quel reperto, e ne conclusero che il piccolo dinosauro
si avvicina, per la sua forma, al Velociraptor, il dinosauro
della Mongolia, che tutti conoscono tramite il famoso film di
Steven Spielberg Jurassic Park. Tuttavia, il cucciolo
ritrovato presenta anche molte differenze dal Velociraptor,
cosicché, pertanto si conclude che potrebbe essere
unico rispetto agli altri dinosauri conosciuti, e
quindi rappresentare una specie completamente nuova per la
scienza.
Affettuosamente, proprio perché ritrovato vicino a Benevento, il
piccolo dinosauro é stato battezzato Ciro(Fig. 3),
nome maschile molto comune in Campania.
Fig. 3 Ciro - il dinosauro italiano -
Presso la Sovrintendenza di Salerno, sono stati compiuti altri
studi sulla straordinaria scoperta: si sono trovati cartilagini,
tendini, tracce di pelle, la trachea, ed un intestino gonfio di
cibo.
Evidentemente, il piccolo Ciro, prima di lasciare questo mondo,
aveva fatto una ricca merenda.