
Ho raccolto la testimonianza di mia nonna, Clara Cavazza, che ha vissuto, da giovane, nell’epoca della guerra:
“E’ stato orribile vivere durante la Seconda Guerra Mondiale, tra bombe, cadaveri, pallottole.
Una tragedia: vedere fratelli, zii, cugini e amici partire e non tornare.Non vorrei rivivere ciò per nulla al mondo: un’esperienza pesante da sopportare.
La vita, in paese, era povera e molto difficile.
Non si riusciva ad andare avanti:bisognava mangiare sempre polenta, e molte malattie giravano nelle province veronesi, per la mancanza di igiene e di cibo adeguato.
Abitavo nella frazione di Cattignano, dove vivo anche oggi.
Provo la sensazione di risentire le urla, i pianti, gli spari e mi sembra ancora di vedere tutto quel sangue.
Nella Seconda Guerra Mondiale, ci sono stati moltissimi morti anche in questo paese; molti sono tornati, ma feriti e senza qualche braccio o gamba, in seguito ad esplosioni con mine antiuomo.
Noi donne siamo rimaste a casa con i vecchi e i bambini a soffrire; poi, quando è finita la guerra è stato un sogno!
La guerra aveva fermato quasi il tempo, e i giorni erano lunghi e faticosi.
Io ho perso un fratello e parecchi cugini, e molte famiglie non hanno mai più rivisto i loro cari e sono stati colti dalla depressione e dallo sconforto.
E’ stato un incubo vedere tutto quel disastro!
Non c’era più nulla da mangiare e si tirava avanti a stento, con le poche risorse di cui San Giovanni Ilarione era in possesso.
Ero un’adolescente, vivace e carico, di energia ma, alla fine del conflitto, ero triste e piena di agitazione.
Adesso non mi ricordo molto, perché sono trascorsi diversi anni e, quando ricordo questi episodi, mi è davvero difficile non piangere e non disperarmi, soprattuttu se penso che tutto questo è stato causato soltanto per i capricci di Hitler e Mussolini!”
Antonella Prando

Mi sono recato dalla sig. Maria dalla Valle, per farle un'intervista sulla vita durante Seconda Guerra Mondiale. Ecco il suo racconto:
"Un episodio che ricordo molto bene, fu quello di un giorno d'estate: erano circa le 3 del pomeriggio ed eravamo sulla terrazza ad ascoltare la radio, quando avvenne un annuncio in tedesco, ma lo ignorammo.
Dopo alcune settimane, i tedeschi arrivarono, nel nostro paese. Entrarono in ogni casa senza bussare: buttavano giù porte, armadi, uccidevano chi si opponeva a loro(qui inizia a piangere).
Entrarono nella mia casa, e guardarono dove non si pensava nemmeno, ruppero ogni cosa.
Una mia amica mi ospitò a casa sua: era fascista e, se volevo vivere, dovevo esserlo anch'io.
Non ho mai approvato il fascismo, ma ero obbligata, per una questione di sopravvivenza."
Manuele Rigodanzo

“Sono nato il 24 gennaio del 1915.
Verso il 1936, ho iniziato la vita militare, e nel 1939 sono stato chiamato in guerra.
Se avessi potuto, avrei rifiutato, ma non potevo: avevo molta paura, perché avevo solo 24 anni, e a casa c’era la mia famiglia.
Dopo un anno che ero in guerra in Italia, nel giugno del 1940, andai in Francia, dove rimasi per 4 o 5 giorni, poi tornai a casa in convalescenza; quindi mi richiamarono nell’agosto del 1940.
Nell’autunno dello stesso anno, mi recai con l’ esercito in Albania e, a Pasqua del 1941, in Grecia.
Nel 1942 tornai a casa, per un po’ di tempo, dalla mia famiglia.
In guerra, il cibo era poco: mangiava minestra, pane, polenta e un’ altra cosa secca, simile al cracker (di cui in questo momento, non ricordo il nome), della carne secca e qualsiasi altra cosa che non andasse a male o marcisse in breve tempo, in modo che durasse a lungo.
Molte volte, quando eravamo in Albania e in Grecia, andava molto meglio per quanto riguardava il cibo, perché eravamo “in presidio”, cioè di guardia al comando.
Per fortuna, non sono mai stato ferito, ma ho rischiato parecchie volte che ciò acadesse.
Ricordo benissimo, come se fosse ieri, che il giorno in cui compii gli anni, ero in Grecia: attraversammo i monti, e i nemici, purtroppo, si sono accorti della nostra presenza e ci spararono.
Rimanemmo fermi per un giorno, senza muoverci, stando nascosti tra le rocce e i cespugli con gente ferita, e di notte potemmo fuggire.
Molti miei amici, che conobbi nell’esercito, furono feriti o uccisi.
Rimasi in guerra per 2 anni ; fu molto duro, e rimasi a casa nel settembre o, nell’ottobre del 1942.
Qui in Italia la guerra non era ancora finita e dovetti subirla per altri 3 anni.
I miei superiori non mi trattavano male, forse perché cercavo di fare il più possibile di quello che dicevano loro.
A volte, io restavo lì in guerra, nascosto, mentre gli altri andavano per i fatti loro, a divertirsi o in cerca di ragazze.
Una volta, mentre ero di guardia, si fermò una macchina e, a guida di questa, c’era sua eccellenza Mussolini:voleva sapere da me dove fosse il comando e mi invitò a salire sull’ auto davanti alla sua, per portarlo a destinazione.
Avevo una normale divisa di color verde, lunga fino al polpaccio e facevo parte della fanteria.
Ero mitragliere, e la mitraglia che portavo volentieri pesava (tra cavalletto di sostegno e mitragliere), 19 Kg.
Quest’arma era costituita da 2 parti:il piede e l’arma che si caricava.
La dovevo portare sempre sulla schiena, l’arma era molto lunga, circa 60-70 cm e per difendermi avevo anche la pistola, quando andavo in giro senza mitragliatrice. A quei tempi ero a servizio del Comandante XXX (non mi ricordo il nome).
In famiglia c’eravamo io, e i miei due fratelli: uno morto in Russia e un altro in Germania.
Mio papà era stato mutilato in guerra e io avrei dovuto mantenere la famiglia e sarei dovuto restare a casa; questo non lo seppi se non alla fine della guerra, quando tornai a casa, altrimenti sarei dovuto tornare 6 mesi prima.
Spero che non ci sia un’altra Guerra Mondiale, per il bene di tutte le persone, e spero anche che altri ragazzi non debbano subire la mia stessa esperienza, brutale e terrificante, e in molti casi dolorosa”.
“Questi fatti me li ricordo molto bene perché, sebbene fossi piccola, mi sono rimasti impressi nella mente.
Mi sembra di rivedermi all’età di 9 anni.
Tutto andava abbastanza bene, anche se c’era la povertà, perché l’Italia era libera. Poi tutto cambiò e ogni cosa divenne spaventosa.
Anche se c’era la guerra, io dovevo andare a scuola e nei campi a lavorare.
Avevo una sorella gemella ed altri 3 fratelli.
A volte, i miei genitori non mangiavano per lasciare ai figli il cibo, poiché c’era molta povertà e poco cibo.
Molte volte, alla sera, si mangiava un pezzo di polenta dura: così riempiva di più lo stomaco.
La carne si vedeva soltanto a Pasqua e a Natale, perché costava tantissimo e non si avevano i soldi sufficienti per comprarla .
Quando la gallina faceva un uovo, mia madre lo cucinava e poi lo divideva in 5 parti per tutta la famiglia.
Mangiavamo delle piccole patate che, una volta, si davano ai maiali .
A quei tempi non c’era nient’altro.
Si mangiavano con la buccia e , anche se non erano molto buone, tutti se ne cibavano.
La mamma, in autunno, se aveva tempo, faceva una torta con le mele e l’uva e ne dava una fettina a ciascuno.
Mio fratello più grande, che aveva un po’ di soldi, voleva pagare le fette del fratello minore, pur di mangiarle.
Quando, alla sera, c’era il coprifuoco, andavamo in cantina senza luce, per parlare.
Di notte, dormivamo nel letto matrimoniale in 8 persone, 4 da una parte e 4 dall’altra, perché non c’era altro spazio.
Ogni giorno, speravamo che la guerra finisse, perché avevamo paura e perché sembrava di vivere un inferno.
Per guadagnare soldi, il padre di mia nonna andava a pulire le case dove vivevano le persone, per non vivere in nella sporcizia, di notte.
Il 15 Aprile del 1945, come tutti gli altri giorni, i fratelli di mia nonna tornavano a casa dai campi per mangiare ma, mancando mio padre, mio fratello decise di andare a giocare con la palla.
Ma qui prese in mano una bomba, simile ad una palla che, in quel momento, scoppiò e insieme gli scoppiarono tutte le dita, tranne il mignolo.
La signora che gli era vicino prese la camicia nuova del marito, per fasciarli la mano.”
“Nel 1939 avevo 19 anni e fui portato al campo di concentramento in Germania.
Dovevamo lavorare nelle miniere e nelle fabbriche.
Le persone non avevamo nè nome nè cognome: venivano identificate solo con un numero.
Non eravamo persone, ma “oggetti” che servivano per lavorare e che, quando erano stanchi,si uccidevano.
Le camere a gas,secondo i soldati, costituivano il modo migliore per morire: ci si metteva solo 7 minuti.
I prigionieri venivano spogliati e rimanevano senza cibo;quelli ammalati restavano da soli, finché non morivano.
Per mandarli nelle camere a gas, dovevano andare in tre stanze: nella prima dovevano spogliarsi ed appendere i vestiti, nella seconda stanza venivano loro tagliati i capelli, nella terza c’erano le camere a gas: a volte cento persone non ci stavano, e così si prendevanoi corpi per le gambe e si buttavano dentro.
A Dacau,col treno, arrivarono sessanta o settanta mila persone fu fatta una selezione di vecchi, bambini, donne e uomini.
Alcuni entravano nelle baracche e poi venivano portati nelle camere a gas, oppure nei forni crematori, dove entravano milioni di persone vive…!
Pochissimi tornarono a casa!!”
Roberta Rivato

Questa storia che ora sto per raccontare riguarda una persona che ha visto e vissuto in prima persona la II Guerra Mondiale.
Mio nonno, Antonio Rossetto, è appunto il protagonista di questa vicenda .
Fu spedito nel fronte russo a combattere forzatamente con i tedeschi; ora, sfortunatamente non è qui, però ha lasciato che le sue avventure e i suoi racconti venissero tramandati oralmente fino a noi.
Cominciando subito con la narrazione: Mussolini, dopo che Hitler aveva invaso la Francia e conquistato Parigi, si credeva ormai onnipotente e così mandò un corpo di spedizione per conquistare l’Albania e la vicina Grecia.
I greci resistettero alla repressione, e così i tedeschi dovettero intervenire a soccorrere gli italiani, ai quali erano alleati con il “Patto d’Acciaio”.
In questa occasione era stato chiamato a combattere anche Antonio Rossetto.
A lui fu assegnato il compito di raggiungere gli altri italiani che combattevano, per dar loro rinforzo e così, nel 1942, partì per la guerra.
“Le trincee non c’erano, ma solamente mezzi pesanti, ”raccontava….
“ La guerra si combatteva nelle montagne dei Balcani e poco distante da lì, c’era un campo di concentramento dove gli ebrei, i prigionieri di guerra, i carcerati, venivano sfruttati e sterminati”.
Quando le persone entravano, non ne uscivano più; fortunatamente Antonio non vi fù mai deportato.
L’esercito italiano proseguiva dunque la sua marcia verso il Nord, invadendo la Jugoslavia, con la complicità dei tedeschi.
L’avanzata dei Balcani arrivò fino a Trieste: la Jugoslavia, a quel punto, era sotto il dominio delle forze dell’asse e di lì a poco, un avvenimento importantissimo, avrebbe cambiato il corso degli eventi: la resa dell’Italia e la lotta contro i tedeschi che poco prima erano stati nostri alleati.
Nessuno si occupò del battaglione italiano nei Balcani e, senza radio, informazioni e mezzi adatti, la “ notizia del tradimento ai tedeschi ”, non arrivò fino là e così tutti gli italiani che salivano verso Trieste furono presi dall’avanzata tedesca che ben presto occupò tutta l’Italia.
In questa tragica situazione, si trovava anche Antonio che, stanco di combattere, aveva quasi il desiderio di morire per non vivere più di stenti.
A quel punto, i tedeschi chiesero agli italiani catturati se preferivano morire o combattere a loro fianco.
Molti accettarono e ben pochi si rifiutarono; questi ultimi dissero, molto apertamente, che, piuttosto di combattere con i tedeschi, avrebbero preferito la morte.
Tra questi c’era il nonno, e quella fu la mossa che lo portò ancora a vivere, perché gli altri vennero portati ad Aushwitz ed a Matthausen.
A quel punto, i pochi italiani rimasti, presero il treno verso Kiev , partendo da Vienna ed arrivarono al Fronte russo, che si estendeva da Mosca a Stalingrado, seguendo una specie di asse immaginario, che divideva la Russia Europea a metà.
Una volta giunti a destinazione, Antonio, fortunatamente, conobbe un tenente tedesco che parlava l’italiano, poiché possedeva una casa sul lago di Como dove, spesso, andava a trascorrere le vacanze estive.
Quel tenente era amante dell’Italia, e per questo conosceva l’italiano parlato.
Era di origine austriaca e seguiva la guerra sul fronte, dagli uffici del campo tedesco.
IL nonno non combatté in campo aperto, ma si occupava di questioni legate alla tattica militare al seguito del suo superiore, ovvero il tenente; era forzato dai tedeschi a fare ciò che non voleva, però aveva intravisto un bagliore di speranza che gli sussurrava che, se fosse andato avanti così, se la sarebbe cavata e sarebbe tornato a casa sano e salvo, finita la guerra che sembrava “non finire mai”.
Poi, nel 1943, un evento sconvolse i fatti: fu l’avanzata dei russi che, fino ad allora, avevano indietreggiato con la tecnica della “terra bruciata”.
Il fronte tedesco si spaccò, e da li vi fu una vera e propria disfatta.
In questo periodo, la Russia si stava trasformando nella potenza militare che avrebbe dato filo da torcere all’America.
L’unica differenza era che, con il Comunismo, l’URSS restava ferma al precedente livello di civiltà, mentre l’America era più aperta al progresso e all’iniziativa privata.
Ritornando a noi, con l’avanzata dei russi, i tedeschi furono colti di sorpresa, ed essendo disorganizzati, tentarono una folle ritirata.
Durante questa tragica esperienza, molti cadevano in preda al panico o morti dal freddo e storditi.
Antonio raccontava che l’unica maniera di fuggire, era non voltarsi mai indietro e correre sempre avanti.
I russi sparavano all’impazzata e, chi si voltava, moriva. Fortunatamente, al nonno andò bene, ed anche al tenente.
Molti suoi amici e compagni di viaggio non li vide mai più, poiché erano stati catturati o uccisi dai russi, durante la folle ritirata.
I russi infliggevano ai prigionieri varie punizioni e li mandavano ad estrarre carbone nella fredda Siberia, nei campi di lavoro.
Il tenente era anche lui terrorizzato dai russi e avrebbe preferito essere catturato dagli americani piuttosto che cadere nelle mani dei Sovietici.
Nel frattempo, gli alleati erano sbarcati in Normandia e in Sicilia e stavano avanzando verso la Germania, conquistando la Francia e l’Italia (che erano sotto l’occupazione tedesca).
In questa situazione , il nonno aveva ad est i russi e ad ovest gli americani.
Solo il destino poteva decidere chi l’avrebbe catturato.
Da Kiev fino a Vienna vi tornò a piedi, con qualche mese di viaggio e con i pochi superstiti sopravvissuti.
A questo punto, decise di tornare a casa, dato che la guerra era ormai finita.
Il tenente, che era amico del nonno, gli consigliò di andare verso ovest, e così fece.
Lo presero gli americani e lo liberarono: per lui la guerra era finita.
Questa mossa lo salvò da una cattiva sorte, e quel tenente, non lo rivide mai più.
Perché l’ufficiale tedesco aiutò il nonno a scappare ?
La risposta è semplice: perché lui riteneva che Antonio e molti altri italiani fossero innocenti, ed anche lui pensava che la guerra fosse inutile e che bisognava aiutare coloro che di colpa non ne avevano.
Gli americani schedarono il nonno e, dopo qualche mese dalla fine della guerra, lo convocarono al processo di Norimberga, come ospite e testimone delle violenze fatte dai tedeschi e per raccontare la sua tragica esperienza in Russia.
Poiché da San Giovanni Ilarione a Norimberga vi era molta strada, e lui era senza mezzi adeguati, Antonio Rossetto non ci andò, però conserva ancora a casa la lettera mandata ufficialmente dagli americani che istituirono il processo per condannare gli ufficiali tedeschi che avevano commesso crimini contro i civili (ebrei, zingari, negri,...).La nonna, quando arrivò a casa, non ci credeva ancora e pensava che fosse morto in guerra: quando lo vide con i suoi occhi, organizzò una grande festa, e tutta la contrada vi partecipò.
Dopo qualche anno dalla fine della guerra, il nonno voleva tornare a Vienna per vedere se poteva incontrare la persona che lo aveva salvato, ossia il Tenente.
Questo però non fu possibile ma, nel suo cuore, il desiderio che aveva di incontrare quell’amico rimase molto forte.
Dopo circa trent’anni, il nonno si ammalò e morì.
La sua storia è ricca di fatti, racconti, avvenimenti e vicende che la storia non può dimenticare, e così io vivrò sempre nel suo ricordo.
Matteo Rossetto

Durante la guerra ci furono molti omicidi di ebrei e partigiani, ma anche di persone comuni, che non avevano nessuna colpa.
Mio nonna racconta…
“…Durante la guerra, la mia famiglia è riuscita a nascondere un ebreo ricercato.
Questa persona si chiama Emilio Tacconi, un uomo d’una cinquantina d’anni.
Fuori dalla casa, con legna ed erbacce, eravamo riusciti a fare un piccolissimo rifugio per l’ebreo.
La notte, gli si portavano le notizie della guerra, e gli offrivano da mangiare e da bere.
Riusciva ad uscire solo un po’, qualche notte.
I tedeschi sospettavano molto che la mia famiglia nascondesse la persona in questione: infatti, venivano anche di notte per vedere se usciva o se gli portavano da mangiare.
Quando si presentavano i tedeschi dicevano solo due parole “Aine trinka”, che significano “Vogliamo tutto” o “Dateci tutto”.
Le loro “visite” avvenivano ogni due o tre giorni.
Emilio Tacconi era una persona molto dotta e ricca, come del resto la maggior parte degli ebrei.
A casa, tutti lo rispettavano e nessuno voleva che se ne andasse.
Finita la guerra, se ne tornò nella città natale: Milano…”
…continua…
“…Tra Bolca e Vestenanova, al tempo della guerra, c’era una piccola bottega.
Il proprietario si chiamava Onorato Zoccante, che la notte, ospitava e dava da mangiare a dei partigiani, nemici primari dei tedeschi nazisti.
Vendeva loro sigarette.
Un giorno, entrò un tedesco che accusò il proprietario del negozio di nascondere dei partigiani: il sig. Zoccante, ovviamente, negò.
Il tedesco stette lì tutta la notte, e vide i partigiani entrare nella bottega.
Il giorno seguente, il tedesco rientrò, prese l’uomo (che aveva una famiglia formata da moglie e 7-8 figli) e lo portò con sè a Verona, ove lo torturarono e, con un martello, gli ruppero tutti i denti.
Due giorni dopo, venne chiamata la moglie, per farglielo vedere ridotto in quello stato.
Quest’ultima, quando tornò, raccontò tutto agli abitanti del paese.
Il sig. Zoccante, dopo la visita della moglie, venne deportato in Germania ove fu bruciato nel forno crematorio…”
…continua…
“…Un giorno, dopo le funzioni, uscimmo dalla Chiesa e trovammo i tedeschi che ci aspettavano.
Presero otto persone: tutti padri di grandi famiglie, per fucilarli.
Il Parroco chiese di essere ucciso al posto loro, ma i fascisti glielo negarono e, davanti alle altre persone, li assassinarono…”
Matteo Simonini