
La Seconda Guerra Mondiale è stata molto tragica : sono morti milioni di persone e sono stati infranti tutti i diritti dell' uomo e del cittadino, stabiliti sin dalla Rivoluzione Francese.
Con la dittatura di Mussolini e a causa dei suoi grandissimi errori, molte donne sono rimaste vedove o senza figli.
Non solo, ci sono stati danni ingenti, che hanno portato l'Italia alla rovina.
Con l'alleanza con la Germania, Mussolini ha firmato la nostra condanna.
Nel momento in cui i tedeschi hanno messo piede in Italia, sono cominciati violenze e soprusi contro il popolo italiano.
Nel nostro territorio, i tedeschi maltrattarono donne e bambini, uccisero moltissimi uomini e bruciarono molte case.
Mia nonna racconta :"Quando c'era la guerra, avevo più o meno 20 anni, e abitavo a Vestenanova; a quei tempi, le famiglie erano patriarcali, e comandava l'uomo più anziano della famiglia. Nel mio caso, era il nonno.
Allora, a vent'anni, si restava ancora nella casa natale, e i membri che formavano una famiglia patriarcale erano molti.
Nel mio caso, erano 16.
Mio zio morì combattendo contro i tedeschi a Sprea, compiendo il suo dovere di partigiano, dopo aver perso la moglie e un bambino appena nato, deceduti entrambi durante il parto del piccolo.
Così restammo in 14.
Un giorno, arrivarono molti tedeschi da San Giovanni.
In una locanda del paese, si erano fermati 4-5 partigiani; era sera, e avevano bevuto parecchio.
Uno era completamente sbronzo, e uscì dalla locanda.
Arrivati i tedeschi, lo fecero parlare, prima fingendo di essere suoi amici, poi picchiandolo e, alla fine, uccidendolo con un colpo di pistola.
La locanda era così strutturata : l'ingresso, con il bancone, e una piccola stanza appartata, dove stavano i clienti ed i partigiani.
Entrati all'improvviso, i tedeschi cominciarono a mitragliare verso il bancone e la stanza.
Ruppero tutte le bottiglie, e uccisero tutte le persone che si trovavano lì dentro.
Portarono fuori tutte le provviste e le cose utili, e poi diedero fuoco alla locanda. La mia contrada , isolata, fu risparmiata, ma Vestenanova venne interamente bruciata.
I tedeschi appiccarono il fuoco distruggendo il paese per tre volte: nel Luglio del '41, in Agosto e in Febbraio dell' anno successivo.
L'ultima volta, volevano bruciare anche la mia contrada.
Era il 7 Febbraio del '42, me lo ricordo bene.
La sera prima c’è stata la sparatoria al locale, e alle 8.00 di mattina i soldati nemici erano giunti all' inizio della mia contrada.
Mi svegliai verso quell' ora , richiamata dalle voci e dai passi dei tedeschi. Mi alzai velocemente e, scesa in corte, andai verso la loro direzione.
Dissi che non intendevamo ostacolarli in alcun modo, ma chiesi se potevamo portare fuori casa le provviste e tenere gli animali.
Loro mi risposero che non avrebbero bruciato le nostre case, solo se avessimo dato loro alcune provviste.
Acconsentimmo, e presero un carretto sul quale depositare il cibo e delle bevande (farina, polenta, lardo, qualche salame, vino, acqua , ecc... ).
Sopra, caricarono anche il cadavere del partigiano ubriaco che avevano ucciso fuori dalla locanda, e dissero che volevano che una persona li accompagnasse e guidasse il carretto. In famiglia, avevo sorelle più giovani di me, e così decisi di andare io.
Camminammo fino alle 7.30 di sera, finché non venne buio.
Eravamo arrivati fino a Giazza, e ormai i miei buoi non ce la facevano più; erano stremati dalla fatica, perché avevano dovuto camminare, facendosi strada in uno strato di 5O cm di neve.
Mi dissero che potevo tornarmene a casa, e che le provviste erano giunte a destinazione; staccarono i buoi e se ne andarono.
Ormai era sera inoltrata, ed era molto buio.
Decisi così di fermarmi per la notte e di ritornare a casa la mattina seguente.Venni ospitata da una famiglia che conoscevo di vista e che abitava lì vicino e, la mattina sucessiva feci una frugale colazione e ripartii.
Durante il viaggio di ritorno, vidi un tedesco ubriaco, (che era insieme ad altri suoi compagni), ordinare ad un uomo (che conoscevo e che faceva il sarto nel mio paese) di impiccarsi.
Fu costretto a farlo, e lasciò moglie e figli.
In seguito, i compagni dell'ubriaco, stanchi della sua veemenza, lo uccisero e lo nascosero sotto un mucchio di letame.
Durante il viaggio, uccisero donne, uomini e due fratellini di 14 e 16 anni. Mi ritenni fortunata, perché ritornai a casa sana e salva.
Quando però un generale fece l'elenco di tutti i soldati tedeschi e si accorse che ne mancava uno, decise di ritornare indietro a cercarlo e domandò alla gente del posto dove fosse.
Le persone che non rispondevano, vennero uccise. Alla fine, i soldati tedeschi ammisero di avere ucciso il loro compagno.
Il generale si mise a ridere.
In un giorno ci furono l2 funerali.
Molto tempo dopo, vennero trovati corpi di uomini seppelliti nei boschi e nei fossi; occultando questi cadaveri, si sperava di nascondere le vittime, senza che qualcuno se ne accorgesse, come se un genocidio di massa si potesse nascondere . . .".
Camilla Fusa

Di parenti che hanno vissuto la guerra e sono ancora vivi ho solo i nonni che, a quel tempo, erano bambini.
Mi hanno narrato qualche episodio relativo a quegl’anni: mia nonna paterna mi ha raccontato che i tedeschi avevano preso un suo cugino di sei anni e gli avevano tagliato la gola davanti a sua madre.
Mio nonno materno mi ha riferito che, quando aveva quasi la mia età ( 14-15 anni ) i tedeschi lo catturarono e lo portarono in un posto recintato di u paese vicino dove, da li, con qualche mezzo, venivano poi mandati nei campi di concentramento.
Mio nonno riuscì a scappare e tornare a casa ma, dopo un po’ di tempo, fu catturato un’altra volta, e riuscì nuovamente a fuggire.
Il padre di mio nonno paterno era stato fatto prigioniero in guerra e deportato nel campo di concentramento di Dachau, dove morì.
Mio nonno paterno ricorda che anche suo padre combattè la guerra in diversi stati, tra cui: Germania, Italia; Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, Grecia e, alla fine, dopo mille peripezie riuscì a tornare a casa, quando la guerra era ormai conclusa.
Mio nonna paterna mi racconta che, per procurarsi da mangiare, i tedeschi le rubavano le galline, anche quando sua madre vedeva, ma non poteva dire niente perché, altrimenti, avrebbe potuto essere uccisa.
Luca Fusa

Durante la Seconda Guerra Mondiale, alcuni miei parenti vissero in prima persona questo brutto capitolo della storia italiana e di tutto il Mondo.
L’11 Settembre 1943, mio nonno fu fatto prigioniero a Trieste per essere portato nel campo di concentramento 4° B in Germania, al confine con la Polonia.
Parlando di quell’esperienza, ricordo che, da mangiare, alla mattina e a mezzogiorno, c’era una minestra di spinaci, e a giorni alterni, 500g di pane; alla sera, ci si nutriva con mezzo litro di acqua bollita e poche foglie di spinaci, con un po’ di margarina ricavata dal carbone artificiale.
Mio nonno, a quel tempo, pesava 43kg; lavorava in una fabbrica per fare la benzina artificiale; vi lavoravano 60.000 persone, ma non solo prigionieri, anche tedeschi.
Questa fabbrica si chiamava Ammoniakverk (pronuncia Ammonianverc).
Gli operai erano vestiti con una tuta da lavoro che i tedeschi avevano fatto loro, mio nonno era prigioniero di guerra e poi fu dichiarato civile dalla Croce Rossa Internazionale. Era sempre scortato dalle S.S.
Il 27 Luglio 1945, finalmente, rientrò in patria e poté riabbracciare i suoi cari.
Contemporaneamente, mentre mio nonno era in Germania, a casa si viveva così: mia bisnonna (ovvero la madre di mio nonno), ogni due mesi riceveva una lettera scritta appunto dal figlio prigioniero che doveva scrivere che stava bene e che lavorava, senza parlare male dei tedeschi, per via della censura perché, se no, veniva picchiato.
A casa, la mia bisnonna era vedova senza altri figli e pregava per tutto il tempo che aveva, e di notte si svegliava e si inginocchiava e ancora pregava, perché non sapeva dove fosse il proprio figlio.
Dario Gambaretto

Mio nonno come molti altri, ha partecipato alla Seconda Guerra Mondiale. Tutti sappiamo che l’Italia entrò in guerra nel ’40, ma mio nonno vi partecipò nel ’41.
Nel ’40 l’avevano chiamato a fare la visita medica a Verona, ma non lo inviarono in guerra come tutti i suoi fratelli, perché gli avevano trovato la gola gonfia e pensavano che fosse l’inizio di una malattia.
Invece il nonno non l’aveva detto, ma la gola gonfia era dovuta alla notte prima poiché aveva cantato a voce alta insieme a degli amici.
L’8 gennaio ’41 arrivò a casa sua una cartolina rossa, con scritto che doveva recarsi al Distretto di Verona per la visita.
Andò, fece la visita, e questa volta lo mandarono in guerra.
Gli consegnarono una coperta, una borraccia, pane e poi la “gavetta”.
La “gavetta” era una tazza di alluminio in cui veniva messo il mangiare del mattino, di solito caffelatte o brodo.
Una volta, non si diceva “ fare il servizio militare”, ma fare il “gavettin”.
La borraccia era così: tracolla per appendere al collo in alluminio.
Veniva avvolta con un pezzo di stoffa uguale a quello della divisa (di solito questa era di color grigio-verde), per riconoscere i soldati borghesi dagli altri.
La sera dell’8 partirono con il treno, vestiti in borghese, per giungere a Caserta ma, appena dopo 15 minuti dalla partenza, a Nogara, si trovarono in due treni sullo stesso binario e si scontrarono.
Il primo vagone venne schiacciato e morirono tutti e nel secondo ci furono molti feriti, tra cui mio nonno, che perse la pelle in entrambe le mani.
In seguito, ripartirono e arrivarono a Caserta all’alba.
A Caserta gli consegnarono la divisa, con pantaloni stretti in fondo e arricciati sopra, per comodità nel salire a cavallo.
Tutti avevano un cavallo.
Insieme alla divisa, gli diedero un cappotto che loro lo chiamavano “ il pastran” fatto a campana, a differenza di altri reggimenti nei quali si indossava il mantello.
Lui era nella fanteria.
Compreso nel vestiario, c’erano la panciera, la camicia, e la cintura (o cinghia).
Aveva i gambali, e lo sperone al tacco del stivale e un berretto fatto “a barchetta”.
Si fermarono a Caserta per quattro mesi con lo scopo di esercitarsi con le armi, specialmente con il cannone 7513 e con la granata di 6 kg.
Per ogni cannone sei persone.
Partirono dall’Italia in tre gruppi, complessivamente 1000 persone.
Quando salparono dal porto, dopo 2 ore, la nave dei cavalli fu attaccato e il bestiame cadde tutto in acqua: per fortuna la nave con i 1000 uomini non fu colpita; altrimenti, quando i capitani davano l’allarme avevano l’ordine di svestirsi e usare il salvagente e buttarsi in acqua.
In Grecia si fermarono per quattro-cinque mesi, in attesa di completare l’artiglieria.
Poi giunsero nell’isola di Creta, dove faceva molto caldo.
Alle otto della sera, mio nonno, stava facendo la sentinella quando sentì alla radio “l’Italia ha reso le armi”.
Questo avvenne l’8 settembre del ’43; intanto mio nonno si ammalò di febbre malaria.
In seguito i soldati ritornarono in Grecia, al porto di Pireo, e divennero tutti prigionieri dei tedeschi.
Questi ultimi, non si sa perché, vollero ritornare in Germania, e i prigionieri stettero per otto giorni e otto notti in treno e appena arrivati, li rimandarono indietro.
Al ritorno, in stazione a Belgrado, per sua fortuna, il nonno ebbe possibilità di vedere suo fratello, anche se di fuggita, mentre il treno correva.
Tutti i greci che videro le loro condizioni, aprirono le canne dell’acqua per dissetarli.
Qui li lasciarono liberi per 10 minuti; poi furono subito rinchiusi nel campo di concentramento.
Là, le donne greche stavano al di fuori del filo spinato, allungavano le mani tra un filo e l’altro e consegnavano ai carcerati del cibo.
Dopo quaranta giorni a Belgrado, andarono in Serbia, nel paese di Boa, per conquistarla.
Per questa conquista, molti soldati furono uccisi, colpiti alla pancia; un capitano italiano diede ordine a mio nonno e a due suoi amici di prenderli e seppellirli.
Nonostante il sangue scorresse sulle balestre, loro dovevano ubbidire.
Le persone morte erano ventotto e tutti tra i 18 e i 20 anni.
Alcuni avevano una gallina morta o delle uova o una bottiglia di grappa per sopravvivere; loro tre erano affamati, ma non si azzardarono a toccare quel cibo.
I camioncini che li portavano in giro erano rivestiti in alluminio, perché non scappassero, dato che i tedeschi erano molto furbi.
Quando mio nonno fu in quel camion, sentì un capitano dire “foia”, cioè “fuoco”; radunarono in fretta le armi, si accese il fuoco e distrussero le baracche che li circondavano.
Da quel botto uscì una scheggia di fuoco che ferì la gamba a mio nonno: tutti morirono, a parte lui che scappò di corsa dal pericolo.
Si guardò: aveva il pantalone bruciato e gli stivali pieni di sangue.
Un tenente tedesco gli strinse una fascia, per fermare il sangue; trascorse poi 20 giorni all’ospedale di Belgrado e gli fecero due punture.
Fu poi rimandato subito al reggimento.
L’8 maggio ’45, la Germania rese le armi e lui era in un fienile a dormire, a Budapest.
Quando sentì che la guerra era finita, partì a piedi, per arrivare a casa il più presto possibile.
Aveva due divise : una per l’estate e una per l’inverno.
Quando stava ormai per tornare a casa, in Austria trovò un camion con del vestiario; insieme ai compagni vi entrò: si cambiarono anche se c’era solamente abbigliamento militare.
Sul confine italiano, a Tarvisio, videro la bandiera verde-bianca-rossa e piansero per l’allegria e la gioia.
Furono per 20 mesi, prigionieri dei tedeschi.
Nel frattempo, mentre mio nonno era in Grecia, sul campanile della chiesa di Castello, il nostro paese, era attaccata una mitragliatrice: ed ogni cosa che vedeva, sparava senza pietà e tutti si nascondevano nelle valli, per sfuggire agli spari.
Claudia Lovato

La Seconda Guerra Mondiale ha portato grandi sofferenze e dolori, a causa del credere nella superiorità razziale da parte dei nazisti e dei fascisti. La guerra fu sentita soprattutto nelle capitali e nelle grandi città, dove c’erano i campi di concentramento e le industrie di armi, mentre i piccoli paesi come San Giovanni Ilarione non ne risentirono molto. Alla fine della guerra, le cose erano molto peggiorate: infatti, quando prima si mangiava mezzo Kg di pane al giorno, a testa, dopo se ne mangiava un Kg in 8 persone. Nella nostra zona in quegli anni, l’unica maniera di guadagnare era fare l’agricoltore, perché non erano ancora sorte, in paese, le fabbriche; le donne, invece, non avendo la forza di lavorare i campi, andavano alla filanda, dove lavoravano i “bachi da seta” per produrre il tessuto, che veniva poi esportato.
Mio nonno racconta…
“…Quando cominciò la guerra per l’Italia(1940), io avevo 20 anni e qui in paese si vedevano passare le squadre di fascisti e si parlava dei Partigiani, ma più di tanto la vita non era molto cambiata.
Infatti, io continuavo a fare l’agricoltore come sempre, coltivando polenta e grano=turco.
La vita procedeva come al solito, tranne che per un particolare: i fascisti vivevano a danno di noi; ad esempio, mi ricordo di quando alcuni di questi erano andati in una contrada a chiedere una vacca, per sfamarsi durante l’inverno.
I padroni della mucca, che non erano d’accordo, non avendo altra scelta, avevano sparato ad un fascista ed i suoi compagni, per vendicarsi, ne incendiarono la casa.
Nel 1943-’44, io avevo 24 anni e i fascisti, passando per le contrade, prendevano gli uomini robusti per portarli nei campi di concentramento, ed io ero uno di questi.
Dopo averci raggruppati, ci fecero andare fino a Chiampo, a piedi, credendo di aver scovato i Partigiani.
Da qui, salimmo sui camion e fummo trasportati a Lonigo, dove subimmo un interrogatorio in cui ci veniva chiesto se sapevamo dove si trovassero i partigiani; io risposi che non ne sapevo nulla: infatti, era la verità.
Dopo 13 giorni, fui caricato su un altro camion e portato nella località di “Fossuli”(a 40 Km da Lonigo); lì ci stetti per 40 giorni, durante i quali mi prepararono per andare nel campo di concentramento: mi raparono a zero e controllarono la mia condizione fisica; il campo dove eravamo rinchiusi era circondato da filo spinato con fili su cui passava la corrente; molte persone cercavano di fuggire durante i temporali, ma venivano ugualmente scoperti ed uccisi.
Da lì fui trasferito a Mathausen, in Germania, su un treno che veniva usato per trasportare il bestiame, dove le condizioni igieniche erano precarie; fummo lasciati nel treno per giorni e giorni, senza mangiare.
Qui ci si doveva alzare alle ore 6.00 e si andava nella cava a lavorare alle 7.00; a mezzogiorno si interrompeva per mangiare un minestrone ed un pezzo di carne e poi si riprendeva il lavoro fino alle 18.00(in inverno) ed un po’ più tardi in estate.
Si cenava e poi si andava nelle baracche, in cui ci si dormiva in 20 persone.
Il lavoro era molto duro, perché si doveva lavorare nelle cave senza l’uso delle macchine, e quindi, spesso si dovevano trasportare i blocchi di pietra sulle spalle.
Chi non riusciva a resistere a questo ritmo di vita, veniva ucciso davanti agli altri, per far capire a cosa gli altri sarebbero incontro se non si impegnavano: o erano uccisi nelle camere a gas o venivano bruciati nei forni crematori.
Anche questo campo era circondato da filo spinato con fili dell’alta tensione, e poi i soldati con i cani circolavano per lo stabilimento.
Dopo circa 20 giorni, fui mandato a lavorare nelle fabbriche in cui si costruivano le armi, soprattutto carri armati: qui ci stetti un anno.
Una giorno, sentimmo suonare la sirena, che avvisava l’arrivo degli “alleati”: infatti, arrivarono gli Americani con i mezzi aerei e rasero al suolo la fabbrica.
In quell’anno finì la II Guerra Mondiale con la sconfitta dei nazisti, e così tornai in Italia, dove continuai a lavorare i campi.
Sono stato un reduce di guerra(vedi attestato), anche se la guerra mi ha coinvolto quando stava per finire, e posso affermare di essere stato abbastanza fortunato, perché persone più anziane di me furono prese subito nei campi di concentramento che li logorarono fino a farli morire…”
Manuele Maporti

Durante la Seconda Guerra Mondiale, il nostro paese era comandato dai tedeschi-
Per avere informazioni sono andata a chiedere ai miei vicini di casa se ricordavano quegli anni e se potevano raccontarmi alcuni avvenimenti; uno di loro mi racconta...
“Siamo nel 1940 e i tedeschi hanno invaso il nostro paese portandolo in miseria e costringendo i mariti e i figli delle donne ad andare in guerra per combattere contro i nemici dell’America.
Il mio vicino, però, era contro i nazisti e le loro regole contro gli ebrei.
A San Giovanni Ilarione, abitavano degli ebrei e conoscendo queste leggi, il mio vicino ebbe l’idea di nascondere alcuni di questi nel suo nascondiglio, che si trovava nel muro, in soffitta.
I mesi passavano, e i nazisti si chiedevano dove si nascondessero gli ebrei; questi ultimi, infatti, vivevano in soffitta mangiavano i resti del pranzo.
Però il cibo non era molto, ed anche in paese c’era la miseria: perciò non si viveva molto bene in casa con tutte queste persone da sfamare.
I tedeschi, vedendo che gli ebrei erano spariti, cominciarono a perquisire le case, portando via anche le poche ricchezze che erano rimaste.
Sentendo queste notizie, il mio vicino aveva deciso di nascondersi per non essere trascinato in guerra.
Un giorno, mentre sua moglie aiutava le persone anziane nelle faccende di casa, arrivarono dei tedeschi, che cominciarono a perquisire la casa ma non trovarono gli ebrei: portarono via ricchezze e mangiarono anche le provviste.
Dopo che sene erano andati, sua moglie vide che , sulla stufa, c’era n oggetto strano, mai visto prima; chiamò suo zio che, vedendo questa “cosa”, la prese e la gettò in cortile.
Si trattava di una mina, però senza esplosivo, ma questo significava un brutto segno.
Sentendo questa notizia, il mio povero vicino rimase nascosto ancora per un po’ e sua moglie doveva portargli il cibo di notte per non farsi vedere e perciò scoprire il nascondiglio dove c’era il mio vicino di casa ed arrestarlo.
Gli anni passavano, e la guerra finì: finalmente gli ebrei che teneva in casa erano liberi di vivere la loro vita”.
Mi disse che, se li avessero scoperti, i tedeschi non avrebbero spedito solo gli ebrei nel campo di concentramento ma anche loro, ma grazie al cielo, Dio li ha salvati.
Dopo la guerra, il paese e gli abitanti erano distrutti e gli Americani vennero per risanare la situazione.
Mia zia, che è la più anziana, si ricorda che su un grandissimo prato verde, immenso, gli americani davano per ogni bambino un barattolo di caramelle o di cioccolatini e loro erano contenti e questo avvenne per diversi anni.
Francesca Panarotto