
Queste testimonianze sono state ricavate dai racconti delle mie nonne che hanno vissuto in prima persona la guerra.
La nonna Giovanna in tempo di guerra, andava a Verona di nascosto, per fare approvvigionamenti di sale, vestiario usato, ed altre cose per poi venderle in paese e guadagnare qualche cosa.
Il viaggio era pericoloso, a causa dei bombardamenti. Per non farsi scoprire, mia nonna si metteva in viaggio alla mattina presto, quando c’era ancora il coprifuoco. Una mattina, mentre stava andando da via Beltrami a San Giovanni Ilarione, per prendere il treno per Verona, fu fermata da un gruppo di tedeschi in pattuglia; questi minacciarono di ucciderla perché era fuori di casa durante il coprifuoco. Per fortuna mia nonna, che da giovane era emigrata in Germania, conosceva un po’ il tedesco, così riuscì a spiegare ai soldati che lei aveva una famiglia numerosa e che era uscita solo per poter guadagnare qualcosa. I tre soldati, dopo averla interrogata sotto la minaccia delle armi, la lasciarono libera: aveva rischiato di morire.
In quello stesso anno, la nonna Giovanna era incinta di mia zia Natalina. Gli altri figli erano nati tutti a casa ma, con la guerra, le cose cambiarono. Tre tedeschi avevano incendiato Vestenanova e Montecchia di Crosara. Le ostetriche e i medici non erano più disposti ad andare a casa delle pazienti, perché il viaggio era troppo pericoloso.
Così, quando per mia nonna venne il momento di partorire, fu costretta ad andare a Zevio, dove la situazione era più tranquilla.
Per finanziare la guerra, il governo chiese a tutti gli italiani di dare i loro oggetti più preziosi per lo Stato. Mia nonna fu costretta a consegnare tutti i suoi oggetti in oro, compresa la fede nuziale.
La nonna Gina durante la II° Guerra Mondiale, aveva otto anni.
Andava a scuola vestita da balilla, con gonna a pieghe nera e camicetta bianca con lo stemma dei balilla appunto. Al pomeriggio, dopo la scuola, nel cortile della scuola “Aristide Stefani”, si svolgevano delle attività considerate “ salutari ” per i giovani balilla: dovevano sdraiarsi a prendere il sole sulla sabbia del cortile e, dopo, fare una doccia fredda.
A mia nonna non piaceva questa attività, perché perdeva sempre sangue dal naso, ma vi era costretta e non poteva rifiutarsi. Nel 1943, i tedeschi decisero di chiudere le scuole, nonostante le proteste della gente del paese.
Mia nonna ed altri bambini, per non perdere l’anno scolastico, furono mandati da una maestra, Alessandra Vandin, che continuò ad istruire i bambini privatamente. Sempre nello stesso anno, una domenica, la nonna era andata a lezioni di catechismo.
Improvvisamente, si sentirono le voci dei tedeschi che volevano che tutte le persone del paese, compresi i bambini, scendessero in piazza per assistere all’esecuzione di tre uomini.
Le maestre di catechismo fecero uscire i bambini da una porta posteriore dell’edificio, evitando così che dovessero assistere a quella scena di violenza.
Mia nonna ricorda che, durante le ore pomeridiane, doveva custodire della caprette e portarle al pascolo.
Un giorno, incontrò una pattuglia tedesca: lei non capiva quello che i soldati dicevano, ma li vedeva sorridere.
Ad un certo punto, uno dei soldati tirò fuori dalla tasca delle caramelle e le mise nel cestino della merenda che mia nonna aveva con sé.
Ricorda di aver avuto molta paura e di essere fuggita di corsa.
Filippo Avogaro

La seconda guerra mondiale, iniziata nel 1939 e terminata nel 1945, e stata lunga e sanguinosa. Mio nonno fu chiamato alle armi, perchè era un alpino ed aveva fatto domanda di volontariato nei paracadutisti.
Partì per la Libia, allora territorio italiano, a 15 anni e fu rimpatriato a 19 anni, per accompagnare i suoi genitori in Italia.
Qui, combattè in diversi luoghi: sul Monte Cassino,in Sicilia, sull'Aspromonte, in Calabria, a Civitavecchia e a Viterbo.
A Comacchio, in provincia di Ferrara, rischiò perfino di morire.
Fu fatto prigioniero dai tedeschi con altri cinque italiani, dopo essersi lanciato con il paracadute.
Per due ore visse nel terrore, fino a quando, per liberarsi, organizzò un piano con gli altri prigionieri.
Per attirare gli otto tedeschi nella baracca dove erano rinchiusi, mio nonno e gli altri fecero una gran confusione; così uno dei tedeschi che entrò, dopo esser stato disarmato con la forza, fu ucciso.
Possedendo delle armi, i fuggiaschi uscirono e, in pochi minuti, uccisero anche gli altri.
Dopo averli buttati tutti in un angolo e poi contati, si accorsero che ne mancava uno; questo si era nascosto in una galleria lì vicino e, quando fu trovato, implorò misericordia, dicendo che aveva una famiglia.
Mio nonno era certo che, se non avessero ucciso tutti quei tedeschi, loro sarebbero morti: così non risparmiò neanche quello.
In seguito, nei campi, furono trovati dei combattenti uccisi con crudeltà dai tedeschi, appesi agli alberi, con un pezzo di ferro curvo che, infilato nel mento, usciva dalla bocca.
Nel 1945, il nonno si recò in Alto Adige, per sei mesi, durante la Resistenza.
Trascorse la sua giovinezza in guerra e questa fu l'esperienza più terribile della sua vita.
Tra le tante cose, riegrada che i tedeschi, con gli aerei, facevano paura alla gente, che si nascondeva negli appositi rifugi.
Ilaria Beltrame

Al tempo della guerra, mia nonna aveva 18-19 anni e si ricorda ancora di quei giorni terribili.
Mi ha raccontato di quando arrivarono i tedeschi e si installarono, col quartiere generale, nella scuola del paese.
I tedeschi interrogavano i prigionieri e da lì partirono gli ordini di punizione per i partigiani.
I tedeschi giravano per le contrade e chiedevano del cibo alle famiglie.
Mia nonna si spaventò molto quando un tedesco le puntò al petto una pistola, accusandola di essere una partigiana: il che non era vero.
Se, per caso, un partigiano uccideva un tedesco, subito questi facevano rastrellamento nelle famiglie, prendevano gli uomini, che venivano poi torturati e fucilati.
I tedeschi bruciavano contrade, case e stalle con animali.
Don Antonio Antognol era il parroco che si offrì di sacrificarsi al posto di un padre di famiglia.
Questo parroco nascondeva i partigiani in canonica e lui, di notte, usciva per dare da mangiare ai rifugiati.
Don Antognol scrisse un libro, nel quale si racconta la storia del nostro paese negli anni 1944-1945.
Narra le infami gesta commesse dagli oppressori nella nostra vallata, come pure l’indomabile, estenuante, spesso disperata, ma infine vittoriosa reazione degli oppressi.
In tutta la narrazione troviamo il buon senso, la profonda moralità, e il simpatico umorismo che alla nostra gente non viene mai meno, neppure nei momenti più tragici.
Questo parroco ha salvato molti giovani.
Ho letto il suo libro, e mi è sembrato molto veritiero e più cruento di come mi aveva accennato mia nonna. Io non avrei mai pensato che le nostre vallate, tranquille e fuori dalla portata di questi eventi, fossero bagnate di sangue, Roncà fino a Bolca, lasciando intere famiglie distrutte.
Claudia Cavazza

In questo testo ho raccolto la testimonianza del Professor Giuseppe Beschin, abitante a Cattignano. Nell’ epoca in cui si svolgeva questa bruttissima guerra, lui si trovava in un collegi, dove sentiva ogni giorno bombardamenti e spari in ogni direzione; ciò durò fino alla liberazione. Spero di non dover provare mai la sua esperienza perché’ dopo aver ascoltato gli episodi che mi ha raccontato, sono rimasto molto impressionato.
“Quando l’Italia entrò in guerra, avevo 9 anni. Dalle nostre parti si viveva già nella povertà. Con l’inizio della guerra, le difficoltà aumentarono.
Scarseggivano il pane, lo zucchero ed altri generi alimentari. Ben presto, si iniziò a fare il pane anche con la farina gialla di granoturco.
A poco a poco, apparvero tessere annonarie:che consistevano in fogli di carta con dei riquadri: in ogni riquadro, si dava diritto ad una quantità di pane, zucchero e burro.
Quando uno aveva prelevato quella quantità, per un certo periodo non poteva prelevarne altre.
Era difficile trovare stoffa per i vestiti e, quando la si trovava, era spesso di pessima qualità: si consumava dopo poco tempo.
In quel periodo, si formavano anche qui da noi i primi gruppi partigiani. Ciò creò ulteriori problemi alla popolazione.
Certo, si deve avere grande rispetto per la Resistenza e per i molti partigiani che sacrificarono la loro vita per la patria.
Ma qui da noi, talvolta, venivano a fare razzia di cibo, di vitelli, e di polli, lasciando in difficoltà le famiglie.
Alcuni si comportavano anche con leggerezza: attaccavano le colonne tedesche con mezzi ridicoli, provocando danni insignificanti, ma scatenando la rabbia dei tedeschi, che ne trassero il prestito per bruciare molte case a Vestena e per uccidere alcuni padri di famiglia innocenti.
Il parroco di Santa Caterina offrì di sacrificare la propria vita per salvare queste persone, ma i tedeschi non accettarono.
L’emozione di quel degno sacerdote fu così intensa che ne portò le conseguenze per tutta la vita.
La popolazione fu comunque concorde nel proteggere gli uomini che erano stati richiamati al servizio militare e che non volevano collaborare con i tedeschi e i fascisti. Alcuni abitanti del nostro comune lavoravano nelle fabbriche tedesche in Germania.
Con il progredire della guerra, i pericoli per queste persone diventavano sempre più evidenti: quando tornavano per un breve periodo di ferie, parlavano della vita che conducevano in Germania. Una vita assai dura, con tantissime ore di lavoro, cibo molto scarso e scadente, ed il pericolo costante dei bombardamenti.
Quando i militari rimpatriavano, vi era un distacco angoscioso: e si faceva il più grande rifornimento di cibo possibile per dividerlo con i compaesani.
Ma partire era l’ultima soluzione possibile, perchè cercavano di restare in Italia e per questo chiedevano di essere visitati dai medici legali, per essere riconosciuti invalidi e venire dispensati dal ritornare in Germania.
Non era facile essere riconosciuti invalidi e quindi ottenere l’esonero.
Mio papà era uno di questi, e chiese una visita legale, per ottenere la dispensa, a causa dei reumatismi al ginocchio.
Per sua fortuna, quando il medico fece fare un movimento al suo ginocchio sinistro, questo emise un rumore che convinse il medico che i reumatismi c’erano davvero. Ma forse quel medico era solo generoso o, quel giorno, aveva “la luna giusta”.
Più tardi, cominciò anche qui la “compagnia” degli aerei.
Si sentivano spesso dei boati terribili e si intravvedevano fiammate gigantesche dalla parte di Verona: erano gli aerei alleati che bombardavano la città.
Ma c’era anche un aereo alleato, chiamato “PIPPO”, che veniva spesso di notte e lasciava dei volantini.
Non fece mai del male a nessuno, ma la gente aveva paura lo stesso.
Per questo accadevano delle scene anche un po' comiche: una sera, un vecchietto che abitava vicino a casa mia, aveva acceso il fuoco per cuocere una focaccia sotto le brace. Il fuoco ardeva molto intenso, e faceva tanto fumo.
Una vicina, che temeva che il fumo e il fuoco attirassero l’attenzione di Pippo, entrò in casa del vecchietto e gettò un secchio d’acqua sul fuoco, prese la focaccia e la fece rotolare sui prati, che si trovano davanti alla contrada.
Nell’ultimo periodo della guerra, io studiavo a Bassano del Grappa.
Durante il viaggio per andare o tornare, si notavano i segni dei bombardamenti.
E anche la linea ferroviaria del treno, chiamato “VACCAMORA”, era interrotta in due punti.
Del resto, anche a Verona tutti i ponti sull’Adige erano stati distrutti e si doveva attraversare il fiume su delle passerelle.
A Bassano, poco prima della liberazione, si facevano sempre più insistenti le voci dell’avvicinarsi degli alleati.
Finalmente giunse il giorno tanto atteso: era una domenica.
Da Bassano si imbocca la Valsugana, che porta verso Trento e poi verso la Germania: quindi era questo un punto strategico.
Noi, dall’interno della casa, sentivamo spari continui verso la Valsugana, verso i colli vicini e il Monte Grappa. Gli spari venivano dalle due direzioni opposte: gli alleati attaccavano e i tedeschi cercavano di rispondere.
Inoltre tentavano la fuga con ogni mezzo; con carrarmati, camion, macchine, biciclette.
Però la popolazione non subì danni, se si esclude qualche sconsiderato che era andato sulla terrazza a contemplare lo spettacolo con il binocolo.
Ed anche questa fu una fortuna, come lo era stato il fatto che non fosse esplosa una grossa bomba nel cuore della città. Fu distrutto solo il Ponte Nuovo.
La sera di quella domenica, i tedeschi erano ormai scomparsi dalla città, essendo in fuga. I soldati alleati sfilavano nelle vie principali, regalando a tutti gomma da masticare e cioccolato.
Più tardi avrebbero distribuito anche altri beni di consumo.
La gente li accorse con grande affetto: capivo che si erano sacrificati per liberarci dalla prepotenza e dall’odio.
Del resto, mentre il viso dei tedeschi dei fascisti manifestava tensione, risentimento, desiderio di vendetta, lo sguardo degli alleati manifestava gioia e felicità.
Ormai si poteva dormire tranquilli, ma bisognava superare un altro spavento: la sera del lunedì, la popolazione si allarmò perchè aveva notato che , verso il tramonto, tornavano dalla Valsugana camion pieni di tedeschi.
Si temeva che i tedeschi stessero ritornando per prendersi la città.
Ma era solo un falso allarme; si trattava di camion americani, pieni di tedeschi prigionieri.
Dopo qualche giorno, andai a piedi a fare una passeggiata sul monte Grappa; il cielo era solcato da avvoltoi e corvi e in alcuni punti si avvertiva un odore nauseante; c’erano molti cadaveri, frutto della guerra.
Marco Confente

Durante la seconda guerra mondiale la vita era molto dura: si mangiava poco, perché non c’era nulla; infatti i miei nonni e bisnonni mangiavano pochissimo e ogni giorno, il pane e gli altri viveri erano tesserati e razionati.
Qui a San Giovanni Ilarione i tedeschi non venivano spesso nelle case però, per la paura, i miei nonni, i bisnonni ed altra gente del paese spesso andava a nascondersi nei boschi ma, prima di partire, portavano con loro tutti i viveri e le coperte che avevano per sopravvivere. La gente che abitava nei piccoli paesi era meno soggetta ai bombardamenti, a differenza delle grandi città: infatti, Verona fu molto bombardata e vi furono tanti morti, come pure in tante altre città.
Anche qui a San Giovanni Ilarione c’erano dei partigiani: infatti Isidoro il fratello di mio nonno Davide, fu uno di questi e venne ucciso dai tedeschi il giorno dell’armistizio, cioè il 25 Aprile del 1945 insieme a tanti altri suoi compagni.
Matteo Confente

Mio nonno si chiama Silvio Lovatin e, gentilmente, è stato disponibile per raccontarmi episodi sulla guerra. Nel 1941 quasi tutte le famiglie in questa vallata erano disposte ad ospitare ebrei, anche se erano consapevoli delle torture a cui erano sottoposti se scoperti dai nazisti o dai fasciti.
I nazisti non erano per niente coraggiosi, anzi si nascondevano dierto donne e bambini e non avevano il coraggio di affrontare uomini faccia a faccia.
Nel 1942, i nazisti bruciarono cose e fienili e quindi le mucche non potevano mangiare perché l fieno era bruciato.
Io ero come una specie di patriota e facevo parte di un gruppo, del quale non posso dire il nome.
Un giorno mi presero e volevano portarmi nel campo di concentramento di Auschiviz, ma però dal treno riuscì a scappare ed a tornare a casa; lungo il viaggio trovai una famiglia povera che mi diede un po’ del suo pane per sopravvivere.
Quasi al confine con la Svizzera, incontrai un gruppo di tedeschi, anche questa volta, volevano portarmi a Mathausen: qui rimasi per un mese o poco più, ma in quei campi un mese corrispondere ad un secolo!
Riuscì scappare grazie agli americani; che sconfissero le guardie al campo di Mathausen dove ancora c’erano molti cadaveri che si stavano putrificando e c’era una puzza terribile.
Francesco Dalla Benetta